sabato 21 maggio 2016

Roma rifiuta Casapound. Flop, uova e vetri rotti - da contropiano


Clamoroso flop della “marcetta su Roma” organizzata da Casapound, tollerata e protetta da governo e polizia.
Nonostante le dichiarazioni propagandistiche (“siamo 10.000”), hanno radunato in tutta Italia poco più di un migliaio di teste approssimativamente rasate.
Ma gli è andata male anche come accoglienza, nonostante una quantità spropositata di polizuitti schierati a loro difesa, persino con truppe a cavallo (basta guardare le foto, non è difficile vedere la differenza con le nostre manifestazioni).


Mentre sfilavano in via Merulana (era stata loro vietata Piazza Vittorio, cuore multietnico di Roma) si sono presi alcune uova cadute da un palazzo. Poco più di uno sberleffo, ma comunque un segno di sgradimento esplicito.
In piazza dell’Esquilino, invece, si erano dati appuntamento gli antifascisti, a partire dall’Anpi e da numerose organizzazioni della sinistra e del movimento romani. Una partigiana ha intonato “Fischia il vento” a pugno alzato, trascinando tutta la piazza, ferma in presidio, ma ben più nutrita della sfilatina scortata dei fascisti che passava a qualche centinaio di metri di lì.
Dalle parti della stazione Termini, invece, in via Bixio, un’auto – un “Ncc”, ma con fascisti a bordo – è stata fatta oggetto di qualche pietra, un segnale stradale divelto e colpi di casco, riportando seri danni alla vetreria. L’autista, nel tentativo di frenare la dura critica dei sassi, ha provato a dire che si trattava di “turisti tedeschi”. E invece erano i membri della band nazi-rock che avrebbe dovuto intrattenere i “rapati” alla fine del corteo.
In piazza Esquilino, intanto, venivano esposti due grandi striscioni: “Contro ogni fascismo, io non dimentico”, in ricordo di Renato Biagetti (ucciso a Focene dai fascisti esattamente dieci anni fa) “Roma Libera, no ai fascisti vecchi e nuovi”. Più fantasiosi ed espliciti i cartelli: “Derattizziamo Roma”, “Unici stranieri, gli sbirri nei quartieri”, “Roma meticcia antifascista, necessaria””Casapound not welcome”.
Poi ci si è mossi in corteo fino a piazzale Tiburtino, dove la manifestazione si è conclusa; ma non senza far circolare il consiglio di muoversi in grandi gruppi verso le fermate della metropolitana e degli altri mezzi pubblici.

mercoledì 18 maggio 2016

Elogio alle guardie rosse della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria in Cina


A milioni le guardie rosse hanno lasciato le scuole e sono scese nelle strade scatenando una irresistibile corrente rivoluzionaria: Tenendo alta la Bandiera Rossa del pensiero vittorioso di MaoTseTung hanno messo pienamente in atto lo spirito rivoluzionario proletario:
osare pensare, parlare, agire, aprirsi la strada e fare la rivoluzione, eliminando tutto il fango lasciato dalla vecchia società e spazzando via i rifiuti accumulati nel corso di millenni
da
elogio delle guardie rosse
'bandiera rossa' N°6, 1966







martedì 17 maggio 2016

Viva il 50° anniversario della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria!


E' GIUSTO RIBELLARSI!

Viva la rivoluzione proletaria mondiale!

Viva il Maoismo!

il 1° documento

16 maggio 1966
Circolare del Comitato centrale del Partito comunista cinese

Agli uffici regionali del Comitato Centrale, ai comitati di Partito provinciali, municipali e delle regioni autonome, ai dipartimenti e alle commissioni dipendenti dal Comitato Centrale, ai gruppi e ai comitati di Partito negli organismi statali e nelle organizzazioni popolari, al dipartimento politico generale dell'Esercito popolare di Liberazione.
Il Comitato Centrale decide di: annullare lo "schema di rapporto sull'attuale dibattito accademico, stabilito dal gruppo dei cinque incaricato della rivoluzione culturale", approvato e messo in circolazione il 12 febbraio 1966, sciogliere il "gruppo dei cinque incaricato della rivoluzione culturale" e i servizi che ad esso fanno capo, costituire un nuovo gruppo incaricato della rivoluzione culturale, posto alle dirette dipendenze del Comitato permanente dell'Ufficio politico. Lo schema di rapporto elaborato dal "gruppo dei cinque" è profondamente errato. Esso si oppone alla linea definita dal Comitato Centrale e dal compagno Mao Zedong per la rivoluzione culturale socialista, si oppone al principio direttivo sulle classi e la lotta di classe nella società socialista, formulato nel 1962 alla decima sessione plenaria dell'Ottavo Comitato Centrale del Partito. Leali in apparenza ma traditori in segreto, gli autori dello schema si oppongono energicamente, con le loro azioni, alla grande rivoluzione culturale lanciata e diretta di persona dal compagno Mao Zedong, oltre che alle istruzioni sulla critica di Wu Han da lui formulate in occasione della conferenza di lavoro del Comitato Centrale, svoltasi nei mesi di settembre e ottobre 1965 (a una riunione del Comitato permanente dell'Ufficio politico, cui assistevano i compagni responsabili degli Uffici regionali del Comitato Centrale).
Lo schema di rapporto stabilito dal "gruppo dei cinque" non è in fondo che quello redatto dal solo Peng Chen, secondo le sue idee e all'insaputa del compagno Kang Sheng, membro di questo gruppo, e di altri compagni. Peng Chen non ha mai sollevato discussioni né proceduto a scambi di opinioni, all'interno del "gruppo dei cinque", in merito a questo documento, che pure tocca problemi di importanza capitale per l'insieme della rivoluzione socialista; non ha chiesto il parere di nessun comitato locale di Partito; non ha dichiarato che questo schema doveva essere sottoposto all'esame del Comitato Centrale prima di diventare un documento ufficiale; e ancor meno ha ottenuto l'approvazione del compagno Mao Zedong, presidente del Comitato Centrale. Ricorrendo ai mezzi più infami, Peng Chen ha agito in modo arbitrario, ha abusato dei suoi poteri e si è affrettato a far circolare questo documento in tutto il Partito, usurpando il nome del Comitato Centrale.

domenica 15 maggio 2016

50 Anniversary of Great Proletarian Cultural Revolution. Honor to Chiang Ching - il video del Mfpr nella versione inglese

1966 – 2016

50 Anniversary of Great Proletarian Cultural Revolution

Honor to Chiang Ching


The revolution within the revolution of a communist woman



venerdì 13 maggio 2016

Rappresaglia di stato contro i ribelli del 15 ottobre 2011

15 OTTOBRE 2011: SENTENZA DI PRIMO GRADO. 61 ANNI DI CARCERE


CiPgcpdWsAA1oHL 300x225A Roma nella tarda mattinata di oggi, giovedì 12 maggio, è arrivata la sentenza di primo grado per il processo in merito alla giornata di rabbia del 15 ottobre 2011 a Roma.
17 compagne e compagni avevano sulle spalle un totale di richieste di carcere da parte dell’accusa di 115 anni. La sentenza ha condannato 15 compagni e compagne a oltre 61anni di carcere. La condanna più alta è di 9 anni contro un compagno accusato di aver appiccato l’incendio di un mezzo blindato a piazza San Giovanni. La più “bassa”, 4 mesi.
I giudici della nona sezione penale ha inoltre disposto una provvisionale da 60mila euro in favore di un carabiniere, 80 mila euro per i ministeri di Interni e Difesa, 40 mila euro per il dicastero dell’Economia, 60 mila euro al Comune di Roma e 20 mila ad Ama, l’azienda dei rifiuti.
 I giudici hanno poi disposto la trasmissione degli atti alla  Procura per “…valutare la posizione di rappresentanti delle forze dell’ordine e per valutarne le condotte avute in occasione della manifestazione del 15 ottobre 2011″.

Chi si ribella non è mai solo/a.
Sono passati quasi 5 anni: era il 15 ottobre del 2011, le strade di Roma si erano riempite.
In quel periodo, dopo le forti proteste e rivolte che avevano acceso la “primavera araba”, anche in Europa e negli Stati Uniti, in seguito all’appello lanciato dai movimenti 15M nati a Madrid, si scendeva in piazza ovunque, davanti e contro i palazzi del Potere, nel rifiuto delle politiche di austerità adottate dai governi come ricetta alla crisi economica in atto.
A Roma quel giorno c’erano centinaia di migliaia di persone: non mancavano i carri di partiti, sindacati, organizzazioni di movimento. C’erano, come si suol dire, tutti.
“Tutti insieme”, i discorsi contro la crisi, oppure contro il sistema della crisi, contro il capitalismo e lo stato di diritto.
Il comitato promotore accettò di non manifestare davanti alle sedi governative, così come deciso dalla Questura; ci furono comunque tantissimi gesti di rivolta e diverse ore di scontri con le forze dell’ordine: un susseguirsi di cariche e una continua resistenza a esse.
In tanti e tante, durante quella giornata, non sentirono di reprimere la propria rabbia. Non scapparono, ma reagirono, perché troppo forte l’odio per la miseria economica e culturale cui il sistema capitalista ci costringe ogni giorno.
Perché, oggi come ieri, come il 15 ottobre del 2011, in questo mondo si determina lo sfruttamento da parte di pochi nei confronti di molte\i, la guerra e lo sterminio delle popolazioni oppresse, la distruzione delle risorse naturali e della terra, tutto in nome del profitto, dell’arricchimento, del denaro.
Ed è inevitabile che, per tutto questo, la rabbia possa anche esplodere.
Poi ne seguì il tormentone mediatico, quello dei discorsi contro la violenza e per il rispetto della legalità, a cui si affiancarono le prese di distanza dai rivoltosi, sostenute anche da coloro che avevano partecipato a quella manifestazione, nel tentativo di recuperare ciò che era loro sfuggito di mano.
Oltre a questo, la caccia ai resistenti di Piazza San Giovanni e ai rivoltosi del corteo, attraverso il ricorso a fotografie e video, con il prezioso contributo delatorio di innocenti cittadini o di zelanti tutori dell’ordine interno al corteo.
Dopo i manganelli e i caroselli della celere nelle strade, scattarono i primi arresti seguiti da ampie indagini e infine i processi. Inizia la risposta degli apparati giudiziari al soldo dei Poteri, che avvertirono il campanello d’allarme.
In un primo momento, decine di denunce e diversi arresti nei confronti di chi rimase in piazza San Giovanni. Poi, un filone di indagine specifico per il blindato dei Carabinieri andato in fiamme. Per finire, un ulteriore filone di inchiesta volto a sostenere l’architettura premeditata dell’esplosione di rabbia di quella giornata.
Quindi, processi e condanne anche in direttissima per i primi arrestati, con l’accusa di resistenza pluriaggravata, poi una punizione esemplare attraverso il ricorso al reato di devastazione e
saccheggio per i militanti di Azione Antifascista Teramo imputati dell’assalto al blindato; di nuovo il ricorso al reato di devastazione e saccheggio per le 18 persone rinviate a giudizio nell’ultimo filone di inchiesta.
Nei tribunali un accanimento feroce da parte dei Pubblici Ministeri, il ricorso al reato di devastazione e saccheggio come monito e punizione esemplare: il solito leitmotiv del colpirne alcuni per intimorire tutti e tutte.
È successo per la rivolta di Genova nel 2001, per il corteo antifascista di Milano nel 2006; si sono adottate queste misure anche lo scorso anno riguardo la manifestazione antifascista di Cremona e per il corteo No Expo a Milano.
È un dato di fatto che questo strumento, eredità del codice penale del ventennio fascista, venga adoperato sempre più frequentemente per sanzionare comportamenti di piazza di natura tumultuosa, affermando un chiaro indirizzo politico da parte della magistratura e la sua conseguente attestazione negli ambiti della giurisprudenza.
Detto in maniera più esplicita: manifestanti buoni e manifestanti cattivi. Il recinto di ciò che è consentito e quello che non lo è. Finché si esprime dissenso a parole, va tutto bene (per il momento), siamo in Democrazia. Con la variabile sempre presente che a sostenere questo indirizzo non siano solo gli inquirenti.
Tra tutti coloro che erano in piazza quel giorno, dopo il processo conclusosi in Cassazione con la conferma del reato di devastazione e saccheggio per i militanti di Azione Antifascista Teramo, altre 17 persone, a cui sarebbe stato aggiunto anche Chucky, se non ci avesse lasciato a causa della sua morte, potrebbero andare a sentenza il prossimo 12 Maggio 2016, a seconda che il PM Minisci decida di replicare o meno alle argomentazioni difensive.
L’accusa ha fatto richiesta di 115 anni complessivi per queste 17 persone rimaste ancora imputate. I reati contestati vanno dalla resistenza aggravata a pubblico ufficiale alla devastazione, dalle lesioni all’incendio doloso, ma anche capi d’imputazione ‘minori’ come turbativa dell’ordine pubblico e interruzione di pubblico servizio. La richiesta più alta è di 11 anni di carcere per un manifestante, le altre oscillano dai 3 ai 9 anni di reclusione. A queste si aggiunge la richiesta di risarcimento danni da parte di una banca, comune di Roma, AMA e ATAC, alcuni ministeri e di agenti delle forze dell’ordine che si sono costituiti parte civile.
Un appello alla solidarietà rivolto “generalmente”, oltre a essere un’illusione e una menzogna rivolta a sé stessi, a 5 anni di distanza da quella giornata, cadrebbe nel vuoto.
La consapevolezza di questo avviene dopo anni di udienze svolte qui a Roma, di posizioni dissociatorie assunte anche in sede processuale da parte di alcune difese, di silenzi perpetrati anche da parte delle stesse realtà che il giorno prima inneggiavano alla rivolta, quello dopo si nascondevano intimorite.
Eppure, pur considerando tutto questo, si preferisce guardare ad altro.
Chi si è ribellato quel giorno, come in altri momenti, non resta solo, perché la solidarietà non è una parola vuota di senso, ma pratica di vicinanza e compartecipazione tanto ideale quanto concreta.
Se intorno la giornata del 15 Ottobre e la rivolta che l’ha animata è in atto un’operazione di rimozione, noi invece non vogliamo dimenticare.
Se intorno le persone che sono imputate si vuole creare isolamento, non è nostra intenzione lasciarle sole.
Se rispetto l’espressione del dissenso c’è l’intenzione, da più parti, di tracciare il selciato del consentito, il sentiero della rivolta non conosce percorsi definiti da nessuno.
Perché un giorno, alcune volte, o tutti i giorni, ci si può trovare anche “tutti insieme” sotto lo stesso cielo, ma è l’orizzonte verso cui ci si muove che fa la differenza.
A chi ha vissuto la rivolta del 15 Ottobre 2011.
A chi non dimentica.
A chi pensa che coprirsi il volto durante una manifestazione non voglia dire essere infiltrati.
A chi si copre il volto quando gli pare.
A chi vive di rivolta.


Rete Evasioni.

lunedì 9 maggio 2016

MA I "BLACK BLOCK" HANNO MESSO IN ATTO LE PAROLE DI BERGOGLIO...














L'ha detto anche Bergoglio che bisogna costruire 'ponti' e 'abbattere i muri'. Quindi i muri contro i migranti si possono e si devono abbattere! E i governi imperialisti fascisti, razzisti in Europa che stanno facendo a gara a chi li alza più alti, a chi riserva esercito, polizia, cani, pallottole, lacrimogeni, idranti, anche a vecchi, donne, bambini; i governi che come bestie cancellano anche i minimi diritti umani, per moderni olocausti, si possono e si devono combattere!

E chi lo può fare? Le maschere ipocrite, col sorriso raggelato della Merkel, o degli Juncker, o delle Mogherini – che fanno fare il “lavoro sporco” alla ben pagata e accarezzata Turchia del pluri assassino Erdogan, che - come ha scritto Di Francesco su Il Manifesto - “...Si avvia a gestire per noi in appalto in nuovi universi concentrazionari (cioè campi di concentramento) la disperazione dei profughi. Vale a dire la vergognosa arroganza della fortezza Europa...”.
O lo devono fare, come lo fanno, le stesse masse di migranti, e i giovani, i lavoratori, le donne, gli antirazzisti, antifascisti dei nostri “civili” paesi imperialisti?
E, allora, di che vi meravigliate!? Ieri al Brennero i giovani, dell'Italia, dell'Austria, della Germania, anarchici, antirazzisti, hanno messo in pratica il principio umano che i muri si devono abbattere, ad ogni condizione!

La violenza, reazionaria, sta in chi fa il nero contabile dei morti in mare, dei morti per freddo, per fame, per intossicazione da lacrimogeni..., per cui una lacrimuccia basta per poi respingere i migranti, per mandarli (senza essere visti, mi raccomando...) a morire nei paesi per mano dei regimi reazionari o delle bombe dell'imperialismo.
La violenza, reazionaria, sta nel governo Renzi e nel suo Ministro Alfano che, dopo essersi incontrato col suo compare, il neo ministro degli Interni austriaco Wolfgang Sobotka, pensa che basti chiamare i muri “controlli alle frontiere” perchè i respingimenti, armi in pugno, rientrino nella “normalità”; mentre manda tutto l'armamentario delle forze dell'ordine a reprimere la manifestazione al Brennero e minaccia di fare altrettanto a Ventimiglia, rispondendo con i fatti al suo compare che diceva, mentendo: “Se l’Italia fa i suoi compiti non ci sarà neanche bisogno dei controlli”. E l'Italia imperialista, di Renzi, Alfano, Pinotti, ecc., quella che non vede l'ora di andare in guerra in Libia per salvaguardare il suo posto nella contesa geostrategica, quella che fa la “diplomatica” con il macellaio torturatore al-Sisi, per non mettere in crisi i profitti dell'Eni e delle altre multinazionali, i suoi compiti li fa, mandando la sua polizia alle frontiere e rinchiudendo negli hotspot i migranti, per poi ricacciarli indietro o rendendoli essa dei “clandestini”.

Quindi, cosa hanno fatto i giovani (o i “black block” come voi li chiamate) hanno attaccato e respinto questa violenza reazionaria, di anticiviltà; hanno, se vogliamo, reso coerenti le parole del papa. Possiamo chiamarlo un atto di umanità...!