Capitalismo, rivoluzione, violenza della polizia. Intervista
con un ex-militante del Black Panther Party
Vi proponiamo una lunga intervista realizzata nel maggio del
2015 con Jihad Abdul Mumit, membro dell’associazione Jerico Movement, fondata
nel 1988 da prigionieri politici negli Stati Uniti per chiedere il rilascio dei
compagni ancora detenuti. Jihad ha passato 23 anni in prigione per la sua
militanza nel Black panther party e nella Black liberation army, in particolare
è stato accusato di aver compiuto due espropri di banche per finanziare
l'organizzazione.
La chiacchierata con Jihad è stata l’occasione per
raccontare il suo percorso militante ma anche affrontare diversi nodi molto
attuali. È stata un’intervista emozionante e ci ha molto colpiti la tensione
verso il presente di questo vecchio militante, la profondità delle sue analisi,
la voglia di mettersi ancora in gioco, la chiarezza delle intenzioni unita a
una capacità di vedere le contraddizioni che ci circondano in tutta la loro
ricchezza.
Nonostante l’intervista sia stata registrata più di un anno
fa – eravamo a poche settimane dalla morte di Freddie Gray e nel momento
dell’esplosione del movimento Black lives matters – ci sembra aver conservato
tutta la forza di un punto di vista importante e di una testimonianza preziosa.
Partiamo dall’attività del Jerico movement. Quanti
prigionieri politici ci sono in questo momento negli USA?
È una domanda difficile, noi rappresentiamo in questo
momento circa 55 prigionieri, ma ci occupiamo solo dei prigionieri che vengono
da quel periodo specifico, che avevano una precisa ideologia e una strategia
per portare un cambiamento rivoluzionario nella società. Non posso quindi
rispondere perché ci sono tanti tipi di prigionieri politici, oggi ce ne sono
tantissimi, in particolare dopo l'11 settembre, anche se molti di loro sono
pure e semplici vittime. Vittime della sorveglianza della polizia, di trappole,
di quadri interpretativi, gente che ha semplicemente dato soldi ad associazioni
o che non ha fatto proprio nulla. Ce ne sono probabilmente centinaia di
prigionieri politici. Noi li riconosciamo tutti ma Jerico ha la capacità
organizzativa di occuparsi solo di una parte specifica di essi.
Hai vissuto un periodo molto intenso di lotte che si cerca
semplicemente di rimuovere dalla memoria collettiva, un po' come succede in
Italia. Cosa ha rappresentato questo periodo per te?
Nel 1970, quando avevo 16 anni (ne ho 60 oggi quasi 61) mi
sono unito al Black Panther Party. La situazione che vediamo oggi negli USA,
ossia la brutalità della polizia, il razzismo, tutto ciò esiste veramente
dall'epoca delle piantagioni schiavistiche, da secoli. L'essenza è rimasta la stessa.
C'è stata qualche riforma certo ma la cosa continua ancora oggi, come abbiamo
visto a Ferguson, a Los Angles, New York e ora a Baltimora.
Io ho raggiunto il BPP perché per me rappresentava
un'organizzazione con un'ideologia solida che portava una visione del
cambiamento negli USA, sfidando il capitalismo. Il BPP era un'organizzazione
marxista-leninista. Anche se ci concentravamo principalmente sulla gente nera,
la questione per noi era costruire una nuova società. Una cosa che facevamo per
esempio era questa. Quando qualcuno stava subendo un arresto, le pantere
arrivavano e si assicuravano che questa persona potesse beneficiare dei suoi
diritti, che non fosse brutalizzata dalla polizia. A quest'epoca portavamo
apertamente armi perché la legge statunitense lo permetteva a differenza di
ora. Era piuttosto facile ottenere fucili e altre armi. Immaginati la scena.
C'è qualcuno che viene spintonato dalla polizia. Un gruppo di persone arriva e
gli spiega i suoi diritti. E sono armati. La polizia la odiava questa cosa.
Capisci l'antagonismo. Noi cercavamo di spiegare alla comunità i loro
cosiddetti "diritti legali” (legal rights) in un sistema capitalista. Ma
anche i loro diritto alla autodifesa.























